Bike :: Chi sono :: Video :: Link :: Rassegna stampa :: NatuRaid Sardegna :: Contatti
Resoconto dell'allenamento del 27-28 agosto 2010
Sardegna, un viaggio come tanti, anche se col caldo di agosto. Sin da adolescenti ne abbiamo fatto molti, ad agosto fa caldo, si sa, ma in bici ci si ventila e dunque non c'è problema. Non c'è problema o, meglio, non c'era mai stato problema. Fino a venerdì 27 agosto 2010. Noi non cerchiamo l'estremo, è l'estremo che, per la seconda volta in un mese, viene da noi.
Sinnai - San Vito
Siamo soltanto io e Piero. Gigi, da buon sinnaese, non ha voluto interrompere la sua vacanza a Solanas, che è sacra. Tutti i sinnaesi si lamentano sempre di Solanas ma poi funt sempri cravaus inguni e guai se cerchi di far loro cambiare posto. Partiamo da Sinnai alle 9.30 di mattina, saliamo tranquilli e leggeri, solo con mezzo litro d'acqua a testa, perché fino a Mont''e Cena ci riteniamo nel giardino di casa e conosciamo tutte le sorgenti con la loro portata. Da Sinnai a Cirronis, da Genn''e Funtana a Bruncu Sentzu, da Mont''e Cena a Genn''e Aràsili. Fin qui abbiamo fatto 30 km. e ne mancano altrettanti a San Vito.
Da Genn''e Aràsili, per me, comincia l'esplorazione. Prima di tutto Mont'Arrùbiu, che è bellissimo, le strade sono così pulite e ben tenute che non sembra di essere in Sardegna. Verso est è salita, ma il fondo è ottimo, belli gli scenari e non mi accorgo della fatica. Usciti dal bosco, anziché vedere in basso San Vito e il mare, fino all'orizzonte ci sono soltanto creste rocciose e versanti con vegetazione rada. Non conosco la zona né i toponimi, ma ne basterebbe uno solo per tutte le montagne che ho davanti: Su Sicori.
Ci siamo lasciati alle spalle i massicci di Serpeddì e di Mont''e Cena - che, visto che Sinnai è ormai lontana, sarebbe più corretto chiamare col toponimo villasaltese di Mont''e Genis, lo stesso scelto dall'IGM - e questi fanno da barriera frangivento per il maestrale. Qui non passa un filo d'aria né arrivano venti da est. Fortuna che lungo strada c'è una casetta della forestale con acqua corrente, vagamente marron ma comunque fresca, almeno più di noi, e potabile, almeno per i nostri anticorpi allenati contro tutti i batteri sardi. Se servisse c'è anche un vascone pieno di sanguisughe - sintomo di salubrità dell'acqua - in cui fare il bagno, ma soprassediamo.
L'esserci rinfrescati dura poco, la prospettive sono tutt'alto che rosee. Non c'è un versante da scendere che degrada a valle come può essere da Minniminni a Villasimius o da Bacu Malu a Castiadas. Qui, nel versante orientale del Sarrabus, è una sequenza continua di creste aguzze e di gole chiuse. Le strade a mezza costa non esistono, bisogna scendere in fondo alla gola, risalire al valico e poi da capo. I ruscelli in fondo alle gole sono secchi, soltanto una distesa di pietre grigie e roventi. Abbiamo acqua a sufficienza, ma bagnarci non serve perché è più calda di noi, quindi sarà sui 40 gradi, quindi sarà sui 40 gradi la temperatura esterna.
In una salita metto la corona 22, che non contavo di usare, poi non ne ho voglia neanche così, allora scendo e spingo. Nell'ultima rampa la pendenza diminuisce e ritorno in sella, arrivo al valico e, all'ombra di un olivastro che se ne sta lì beato e indifferente, esclamo che E' troppo, così è troppo, è veramente troppo. Mi capita poche volte di dirlo. Ma fermarci significa soltanto allungare le sofferenze, dobbiamo arrivare a valle, ci sarà prima o poi, è da sei ore che pedaliamo verso est.
Abbiamo superato la miniera di fluorite e quello scenario, fatto di cumuli di terra di un chiarore accecante e di rovine arroventate dal sole, mi rafforza nell'idea che non abbiamo nessun bisogno di comprare viaggi per il deserto di Atacama in Cile con le sue miniere di sale o di rame. Ce l'abbiamo anche noi, io adesso ci sono in mezzo e non è una bella sensazione. Seriamente penseresti che anche qui non piove dal 1991, l'unica differenza sono le dimensioni. E forse nel deserto di Atacama incontri anche più gente, magari scoppiata come te, noi invece non vediamo anima viva da quando abbiamo lasciato Sinnai. Prima che si diffondessero i cellulari, se qualcuno si faceva male qui, poteva soltanto pregare e scacciare gli avvoltoi - estinti nel Sarrabus verso il 1960 - che cominciavano a volarti sopra aspettando che morissi.
Ormai siamo rassegnati, prima o poi ne usciremo, lungo una discesa incontriamo alcuni tornanti cementati, forse ci stiamo avvicinando alla civiltà. Il mare non si vede, ma la gola si apre sempre di più, non dovrebbe essere un'imbroglio come le gole precedenti. La gola si è aperta, ora nella strada ci sono anche dei tratti in asfalto, dovremmo esserci, sempre che ad asfaltare non siano stati i marziani. Affianco a noi un fiume ovviamente secco, un grande serpente di pietre grigie e roventi, ma lungo strada anche un rubinetto dal quale esce acqua un po' meno calda di noi. Passa un macchina, bene, siamo ancora sulla Terra. Del resto il gps funziona, che segna 60 km. e 2200 m. di dislivello.
Ancora qualche chilometro ed ecco le prime case del paese, in un attimo arriviamo in centro ma in giro non c'è nessuno. Negozi chiusi e tutti in siesta, tipo Messico. C'è un bar aperto, ma sui tavolini fuori non c'è nessuno e dall'interno non si sente una voce. Immagino il barista che russa su una sedia col sombrero calato sugli occhi. Tanto vale che ce ne andiamo, ti sembra di disturbare.
San Vito - Quirra
Il caldo ha compromesso la prestazione e il viaggio, siamo ormai fuori dalla tabella di marcia, ma non al punto tale da doverlo interrompere, almeno non per adesso. Il prossimo obiettivo è Quirra, ma non dalla Statale, attraverso la quale basterebbero 15 km. di asfalto in pianura, ma attraverso un grande giro in montagna, che allunga il percorso a 24 km. e a chissà quanto dislivello.Appena entriamo in campagna la strada sale subito, ripidissima, e continua a fare un gran caldo. C'è sempre la stessa polvere fine, le stesse pietre roventi e la stessa vegetazione brulla. Non lo trovo divertente, lo dico a voce alta: "Non mi sto divertendo". Piero risponde lapidario che neanche lui si sta divertendo e che, al contrario di me, non pensava neanche lontanamente di divertirsi. Quindi non si sconvolge più di tanto, mette la corona 22 e se ne va.
Io pedalo per un po' ma ormai non ho voglia, scendo e spingo la bici a piedi, ma a un certo punto mi sembra di non avere le forze neanche per camminare a piedi. Mi fermo, mangio una barretta, prendo due integratori e continuo a camminare. Vedo Piero che da metà salita, da uno spiazzo in corrispondenza di una casa, mi chiede se abbia problemi. "Sì - gli rispondo - ma arrivo". Arrivo alla casa ma Piero non c'è più. Salto la rete, cerco un rubinetto, lo apro, esce acqua. Nel lavello è caduta una lucertola chissà da quando, ma è ancora viva. La tiro fuori ma si rompe la coda che rimane a muoversi dentro il lavello. Comunque le è andata bene, se non mi fossi sentito male non sarei entrato e sarebbe potuta restare lì per mesi e morire.
Riapro il rubinetto ma l'acqua non scende più, quella uscita prima era quella poca rimasta all'interno del tubo. Potrei cercare la saracinesca, ma ormai non è più un problema di caldo, mi interessa soltanto arrivare in cima e lì riposarmi davvero. Andando via trovo una piccola matassa di spago, che ci serve, e la raccolgo. Se ho la lucidità di fare questo, significa che non sono messo poi tanto male. Ma è terribile non potersi fermare e sedersi per terra perché la terra, anche all'ombra, è troppo calda, e a sedersi su una pietra neanche a parlarne.
Molto lentamente arrivo al valico che è tutto all'ombra, Piero è lì che mi aspetta, smonto il sacco a pelo e mi corico. Adesso il gioco sta tutto nel mangiare e nei tempi di ripresa, potrebbero servire quindici minuti così come tre ore. Trascorre mezzora e ripartiamo, la discesa è breve, si risale, ma almeno il paesaggio cambia, meno roccioso e meno sassosa la strada. Al valico successivo inizia una pineta, niente di interessante in sé, ma dopo ore e ore di olivastri e perastri, la più artificiale delle pinete sembra il paradiso terrestre. Addiritura si vede il mare, incredibile. Un colore in più, l'azzurro. Una lunga discesa ripidissima ci porta a valle, c'è un tratto in pianura lungo il solito ruscello secco serpente grigio di sassi, poi siamo finalmente all'asfalto. Tre chilometri e siamo al bar di Quirra, sono le 20.30.
Il Sarrabus è ostile, ti ci senti straniero anche se ci vivi affianco e ne conosci tutte le strade e le sorgenti, ma il Salto di Quirra non è stato da meno.
Quirra - Tertenia
Così il bar di Quirra diventa un presidio di civiltà, dove ritemprare lo spirito prima che il corpo. Appena arrivati ci informano che durante la giornata sono stati registrati nella zona 42 gradi all'ombra, ce ne eravamo accorti. Per spezzare la monotonia della giornata beviamo, una dopo l'altra, bevande che in situazioni normali abbiamo sempre snobbato: gassosa con menta, limonata, coca cola, thé freddo, per concludere con un più usuale latte freddo e col riso preparato da casa.
Siamo arrivati alle 20.30 e alle 21 il bar chiude con noi, ci corichiamo poco distanti ma di dormire non se ne parla nemmeno. Prendere sonno è impossibile perché è pieno di zanzare che, malgrado ci siamo spalmati uno stick di repellente, continuano a girarci intorno minacciose. Ci rilassiamo mezzora e poi si riparte. Anche se non ne avessimo voglia, partiremmo lo stesso per il solo gusto di pedalare di notte, col fresco, dopo le temperature della giornata. Per il solo gusto di sentire quasi freddo, prendendoci una soddisfazione contro il caldo patito.
I primi chilometri, lungo la vecchia Statale 125, scorrono veloci e tranquilli. Nel bagno del bar di Quirra ci siamo lavati ed è incredibile pedalare e restare puliti, non sbattere contro nessuna pietra e neanche, grazie al buio, vedere il solito paesaggio sarrabese di olivastri e perastri.
Ora l'obiettivo è Tertenia, poi vedremo. Non continuiamo sulla Statale 125, dalla quale arriveremmo subito, ma dobbiamo inoltrarci nelle campagne anche questa volta, seppure siamo più fiduciosi perché resteremo sempre a est della Statale, quindi abbastanza vicini al mare, per poi piegare a ovest proprio in corrispondenza del paese. La nostra strada è una striscia d'asfalto larga appena due metri, stretta da grandi vigne a destra e a sinistra, alcune delle quali con le case ai margini. Poche sono abitate e illuminate, ma i cani annunciano subito la nostra presenza, anche se nessuno esce a controllare.
Iniziamo ad apprezzare il paesaggio, ma la notte si fa impegnativa. La strada sale ancora più a est, ci allontana dalla Statale e ci porta nuovamente prigioneri nel fondo di una gola da risalire, anche se le pendenze, per adesso, non sono eccessive. Il territorio non promette niente di buono, ce lo conferma il fatto che incontriamo numerose greggi di capre al pascolo notturno, che significa che non è certo una zona di dolci e fertili colline da dedicare alle pecore. La pendenza aumenta, alcune salite richiedono la corona 22 e, vista la poca voglia, anche di spingere a piedi. Il profilo delle montagne si staglia contro il cielo chiaro per il plenilunio, il valico più basso è comunque più in alto di noi. Ma non ci scoraggiamo, ormai dovrebbe mancare poco, stiamo pedalando da tanto. Infatti, giunti al valico, vediamo il paese sotto di noi, relativamente vicino e ben illuminato.
Tertenia
Ci entriamo alle 2 del mattino in punto e subito cerchiamo una piazza con una fonte e panchine per mangiare comodamente e decidere il da farsi. La troviamo al centro del paese e a questo punto comincia una situazione surreale.
Facciamo in tempo a poggiare le bici che arriva un netturbino con un soffiatore col motore a scoppio sulle spalle. Rumorossissimo, spinge le poche carte sul marcipiede e poi sulla cunetta, con una scopa avrebbe fatto il lavoro meglio e in minor tempo. Per lasciarlo lavorare ci spostiamo ma lasciamo le bici lì, che quando finisce sono ancora più polverose. Pulisce così tutta la strada principale, ma nessuno si lamenta per il rumore perché nessuno sta dormendo, sono tutti in giro in macchina per il paese, malgrado non ci sia neanche un bar aperto. Le macchine passano di corsa e si salutano suonando il clacson, alcuni passano anche a piedi. Da dove stiano tornando non si sa, chiediamo e ci assicurano che è tutto chiuso e che non c'è nessuna festa. Ora sono circa le 2.30 del mattino e arriva il puliscistrade che, sfiorando il marciapiede, deve raccogliere quanto il netturbino ha soffiato sulla cunetta. L'autista è un virtuoso del mezzo, per cui, oltre al suo normale rumore, che è altissimo, c'è anche lo spettacolo delle accellerate, delle frenate e delle manovre veloci per raccogliere il più possibile nel minor tempo possibile. Deve essere conosciuto, perché dai balconi delle case si affacciano intere famiglie a godersi lo spettacolo. E' un sistema efficiente: le corse in macchina tengono svegli gli abitanti, il soffiatore avverte dell'imminente arrivo del puliscistrada e il termine dei lavori segna il momento di andare a dormire, alle 3 del mattino in punto.
Nel frattempo abbiamo mangiato e andiamo a dormire anche noi, ma prima dobbiamo gonfiare, perché scopro di essere bucato a entrambe le ruote. Spero che tengano fino a che troviamo un posto idoneo, poi le aggiusterò al risveglio. Ci corichiamo in una distesa di sabbia nei pressi di un ruscello, ci addormentiamo subito ma la notte dura poco perché ci sveglia un gallo di un pollaio vicino. Sembra che canti a un metro da noi, resistiamo finché è buio ma appena è luce diventa impossibile dormire. Aggiusto le camere e andiamo a fare colazione al bar. La situazione è chiara, per un po' potremmo continuare ma, visto che non vogliamo tornare a casa più tardi di mezzanotte, conviene cominciare a riavvicinarci.
Tertenia - Sinnai
Percorriamo veloci i 30 km. di asfalto che ci separano da Villaputzu ma anche questa giornata si rivela caldissima. La pelle brucia e, se non fosse per la pianta di aloe che trovo lungo strada, mi porterei a casa anche una bella scottatura. Ho gli occhiali da sole con la lente scura e mi sembra di non averli, tanta è la luce e il caldo. Adesso basta, se è così me ne torno subito a casa e faccio altro. Dopo la giornata precedente, ogni grado sopra i 30 è di troppo.
Arriviamo a Villaputzu alle 12.30, trascorriamo mezzora a riprenderci all'ingresso di un supermercato poi cerco la fermata e il biglietto del pullman per Cagliari. Passerà alle 14.10 e a questo punto le strade mie e di Piero si separano. Finora abbiamo percorso insieme in 27 ore 160 km. e 3.000 m. di dislivello, a me basta ma a lui no. Vuole tornare in bici e sale subito in sella, non sia che il caldo diminuisca un po'.
Il viaggio in pullman è riposante, c'è l'aria condizionata e man mano che si allontana da Villaputzu vedo le chiome degli alberi agitarsi per il vento, che riesce finalmente a incunearsi tra le colline. Poco prima di Arcu 'e Tidu il pullman raggiunge Piero, che sembra ancora in forma, io decido di scendere a Gannì e la trovo battuta dal maestrale, che ha abbassato la temperatura di una decina di gradi. Il vento soffia in direzione contraria ma non l'ho mai gradito così tanto, soffia così forte che il suo suono mi riempie le orecchie e mi impedisce di sentire ogni altro rumore. Anziché abbassarmi sul manubrio per offrirgli meno resistenza, percorro i 6 chilometri che mi separano da casa tutti in piedi sui pedali, per farmi colpire dalla corrente il più possibile e per farmi riempire la testa dal suo rumore, che mi sembra la migliore musica che abbia ascoltato negli ultimi tempi. Arrivo a casa fresco e soddisfatto, certo il viaggio non è andato come previsto ma, dopo il successo del 6-7 agosto, una lezione di umiltà non guasta.
Da Arcu 'e Tidu, siccome ormai c'era fresco, Piero si fa un giro ai Sette Fratelli, ritorna alla Statale 125 e sale a Burranca, aggiungendo un altro centinaio di chilometri e un'altro migliaio di metri di dislivello. Ormai c'era fresco.

(1).gif)
.jpeg)
.jpg)
.jpg)